Il Sindaco del '52 di Salvatore MARTIRE
Era il mese di maggio. E nella piazza Plebiscito,
che si trova ai piedi della scalinata che porta alla chiesa, si avvicinava la
festa di San Filippo. Quella festa mi ricordava che le ciliegie erano rosse e
pronte da mangiare. Ma quell'anno, il 26 maggio del '52, c'erano le votazioni e
la festa sarebbe slittata (si dice cosi?) alla domenica successiva.
Non faceva
freddo, neppure di sera. Poi, casa mia era riparata dai venti che soffiavano
dal canale Pescogrosso e io me ne stavo affacciato alla finestra, che dava su
un tetto di tegole. Le tegole coprivano un locale che si trovava più sotto, di
fronte alla piazzetta sottostante. Si chiamava Piazza Amedeo di Savoia. Ma i
tursitani, miei paesani, trovando la parola troppo lunga l'avevano ribattezzata "Piazza delle
Forge", per via delle officine che ci stavano.
Si potevano udire i rumori
dei mantici e vedere il fumo dei carboni ardenti uscire da quei locali. I muli
c'erano, è vero e passavano tutte le sere, per andare alla stalla, che si
trovava da quelle parti. Qualcuno, però, dice
che nei tempi antichi, cioè quelli prima di me, le "forgies" c'erano
veramente, e c'erano i fabbri. Quel vecchietto
con i capelli bianchi, le scarpe grosse, che trovavamo seduto davanti
alla porta di una casa lì vicino, era stato in gioventù un grande fabbro, costruttore di ferri di
cavallo che puntualmente piazzava sopra le zampe dei muli e degli asini, del
tempo che fu.
Mast' Vincenzo (questo era il suo nome) se ne
stava seduto su una sedia di paglia e
dormiva "a cc'era ssoue", dalle nove del mattino fino al suono della
campana di mezzogiorno, quando mia madre smetteva di lavare i panni sporchi in
famiglia e recitava " l'Angelus".
Zi' Vicenz, come lo chiamavamo noi, aveva un bastone per compagnia
ed una figlia giovane che lo accudiva.
Il nonno vecchio e stanco stava fuori anche di pomeriggio a guardare la gente
che tornava dalla campagna e che lo salutava dicendo: "Mast Vicenz come stai ?". Ma lui
non rispondeva perché era diventato sordo. Si limitava a sorridere e a salutare
con la mano destra. La sera la figlia lo prendeva, lo faceva alzare e lo accompagnava
sulle scale, dicendo: "Tatà andiamo a dormire che si è fatto notte".
Così Il suo papà andava a nanna. Certamente l'anziano fabbro, che avrebbe
potuto "forgiare le spade in vomeri e le
lance in falci", dormiva il sonno dei
giusti, visto che mia madre mi sgridava sempre quando tornavo, scalzo e
con i
piedi sporchi, dal canale (dicasi torrente Pescogrosso), che poi era
dall'altra
parte della strada di Via Roma, e mi diceva: "Disgraziato, ca ti averete
spart u lamp quann è sinciro". Ed io, colpevole e assonnato, mi
addormentavo
e sognavo di essere inseguito da un "mamone", che sicuramente abitava
da quelle parti e non aveva sonno. Io poi correvo ed andavo a finire nel
canale, dove scorreva l'acqua del torrente. A me poi scappava la pipì,
bagnavo il letto e cosi via.
In questa piazza, che di giorno era il teatro dei
nostri giochi, una sera di maggio, mentre i grilli cantavano pure di notte e si
sentivano anche dalla mia finestra sul cortile, si svolse quello che sarebbe
stato il comizio finale per l'elezione del nuovo consiglio comunale.
C'era lui, il giovane farmacista candidato sindaco,
con una folla di sostenitori, con un
presentatore, che parlava benissimo l'italiano, visto che era avvocato, giovane
pure lui. C'erano i cantonieri col cappello e la visiera, e a me sembravano tanti discendenti di re Umberto I.
C'erano i jardinieri, alias produttori di arance,
con giacca e pantaloni di velluto grigio scuro (che era la divisa di quei
contadini chi stavano bene economicamente) e il cappello sotto il braccio, con i braccianti agricoli e gli assegnatari,
cioè quelli che aspiravano ad un pezzo
grande di terra della Riforma Fondiaria. Le persone più grandi di età, li
chiamavano i "cotisti".
Artigiani e fabbri nessuno. Questi
votavano la "Mocrazia" (alias Democrazia Cristiana), mentre il
giovane farmacista assieme al giovane avvocato erano i leader indiscussi
di una lista civica chiamata "La
Bilancia".
Erano sicuri di vincere, sicuri di entrare in
Municipio e governare il paese. Il paese sarebbe diventato più bello. Diventò
sicuramente più pulito e bianco che
"più bianco non si può"
(dato che poi il sindaco ordinò a tutti i cittadini di imbiancare le proprie case).
Ordinò anche che tutte le abitazioni dovessero avere al loro interno un
gabinetto (quello per farci la pipì ecc.).
Bene, mentre sfilavano gli oratori
ed io ero lì alla finestra con lo scialle rosso
sulle gambe, che li ascoltavo con
qualche sbadiglio di troppo, si mise a parlare al microfono, cumpa Giuvanne u jardinere.
Era il papà di un mio compagno di scuola. Questo papà tifoso del candidato
sindaco, dopo la presentazione fatta dal giovane avocato, parlò anche lui:
"Cittadini, popolo di Tursi, paesani miei, voi mi conoscete". E cacciò un coltello dalla
tasca del gilè. Erano di quelli che usavano i potatori, ben affilato e ci passò il dito sopra. Il popolo
tacque. Il presentatore trattenne il fiato.
Mia madre mi diceva: "Entra
dentro che prendi freddo". E lui, cumpa Giuvanne, facendo finta di
passarsi il coltello attorno alla gola, disse: "Mia sorella è una suora
della Chiesa. Mi ha raccomandato di votare per la "Mocrazia", ma io gli ho detto: "Scioscia,
tieni il coltello, tagliami la testa, ma io a don Mario devo votare."
Benissimo!
Un urlo di gioia (e di
sollievo) si alzò dalla folla, fece una piccola curva e arrivò nella
mia casa. Mia madre senti gli applausi e disse dalla stanza dove
stava stirando: "Cosa sta succedendo?". (Io poi da grande io avrei
aggiunto: "Qualcuno mi può dire cosa sta succedendo?", come avevo sentito tante volte
nei film americani!). Ed io, girando la testa, risposi: "C'è il comizio dell'ultimo giorno di don
Mario, prima delle votazioni".
Poi parlò cumpa Giacomo il cantoniere, abitante du
'Vallone, e dichiarò che avrebbe votato la lista de "La Bilancia", perché
voleva che si facesse la fognatura e lui ci avrebbe potuto allacciare il gabinetto. Poi una bilancia
vera coperta di fiori, scese da un
balcone che era più in alto proprio sopra gli oratori. Il presentatore concluse
quella adunata di gente vincente con queste parole: "Ragazzi, è mezzanotte, dobbiamo chiudere, domani è sabato, poi domenica andrete a votare.
Sapete già quello che dovete fare. Prendete la scheda, ci mettete una bella
crocetta sulla lista de " La
Bilancia", poi chiudete la scheda, votate e cosi vinceremo".
Io andai a dormire.
Avevo nove anni e mezzo,
frequentavo la quarta elementare. Il mio maestro era di Pisticci. Si chiamava Domenico
Della Speranza. Era magro e aveva i capelli neri. A quei tempi non mi
interessavo di politica. La mattina di sabato non si andava a scuola. Le
votazioni si facevano in Municipio, dove c'erano anche le scuole Elementari. Il
popolo andò a votare, mio padre lo fece di mattina dopo la messa. Io lo
accompagnai e ricordo che nel corridoio
del municipio, incontrai don Mario, il
candidato sindaco della lista "La Bilancia".
Mio padre lo salutò ed io lo salutai
e lui mi sorrise ed io mi sentii importante, anche se portavo i calzoni corti.
Mia madre con la comare vicina di casa, "Cumma Andonia a Crachitana", che aveva
battezzato mio fratello Gerardo, ci andarono di sera. La lista civica vinse con
più di duemila voti, don Mario De Santis diventò sindaco, mio padre rimase
contento lo stesso, anche se aveva votato la "Mocrazia".
Nella casa di via Masaniello, dove abitavamo, disse
queste parole: "Adesso che hanno vinto, Rocchino l'avvocato farà
portare l'acqua al mulino gestito da suo fratello Gigino e dal socio Andrea e
l'acqua dovrà passare necessariamente per via Roma e così noi avremo finalmente l'acqua nella casa nuova
sopra la bottega".
Pensando a tutte le volte che dovevo fare la fila al
pozzo di don Giovanni, al trasporto scomodo del secchio, alle ginocchia bagnate, è stato meglio che abbia vinto don
Mario, così avrei dormito anch'io a
sette cuscini e leggere poi un anno dopo, il romanzo "I Promessi Sposi" di
Alessandro Manzoni, stampato in versione ridotta e il racconto di Edmondo De
Amicis "Dagli Appennini alle
Ande", che il mio maestro di quinta elementare Giuseppe Cotugno
mi aveva dato in premio. Ma avrei potuto anche preparare la colla in santa pace
nella bottega di falegname di mio padre.
Ho letto pure un altro racconto:"
Il piccolo scrivano fiorentino". Lo lessi di notte al lume
di candela, come si usava a quei tempi,
sempre nella casa di via Masaniello, al numero 3.
Ritorno spesso in Piazza delle Forge. Non ci sono
più alcuni miei amici di infanzia: Lazzaro R., Lazzaro S., Maurizio G., che mi
accompagnò al Municipio, nel mio primo giorno di scuola in prima Elementare,
lui che era già in quinta. Non ci sono Antonio S., che aveva la mia età e
andava già in campagna; non c'è più Cumma Giulia, alla quale telefonai da
Napoli, il giorno in cui presi la laurea (correva l'anno 1970 ed era il mese di
ottobre) e lei, lasciando il telefono aperto, andò a chiamare mio padre, per
dirgli che mi ero laureato e mio padre andò a casa sua e baciò il pavimento a
terra, in segno di ringraziamento al Padreterno, per il fatto che mi ero laureato
in Economia e Commercio dopo sette lunghi anni.
Non c'è più la zia zingara, che
abitava "into i forge", in un locale che si trova proprio sotto il vecchio
cinema, dove nei muri alti ci alloggiavano le "cristarelle". Tutte queste
persone, se ne sono andate a poco a poco. Hanno raggiunto i "Grandi Pascoli del
Cielo", come veniva chiamato dagli Indiani d'America, il Paradiso di noi
cristiani d'occidente. Mi ero innamorato del mondo degli Indiani, fin da quando
leggevo il giornale "Il Vittorioso", dove c'era un racconto a fumetti che
parlava del mondo dei Pellerossa, con la principessa Pocaontas e il capitano
John Smith, che aveva i capelli biondi.
Poi avevo approfondito la conoscenza
degli Indiani quando ero andato a Matera a studiare e leggevo a casa di un
amico i giornalini a fumetti, che raccontavano del Grande Black, del prof.
Occultis, del mondo dei Trappers, i fumetti di capitan Miki, che io
puntualmente andavo a comprare nel negozio del signor Tozzi, posto nelle
vicinanze di Piazza Plebiscito (cuore del centro storico), che vendeva anche i
giornali.
In piazza delle Forge, ci ritorno spesso. Da piccolo
ci avevo giocato alla "Muccia" (a nascondino), ci avevo giocato a "Papà Gilom",
ci avevo giocato a "trozzua" , a "Stacc"
e a "Mastrill". E per ultimo ci avevo giocato con i miei compagni d'infanzia
Pinuccio e Lazzarino a pallone.
Solo che il pallone del '52 del secolo scorso
era una palla ricavata arrotolando i sacchi di carta, dopo che questi erano
stati svuotati del cemento dai muratori e lasciati, ai bordi di Piazza Maria
SS.ma di Anglona, quella che adesso si trova davanti al Municipio nuovo.
Salvatore
Martire
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