Occorre
un progetto di gestione del territorio sostenibile, efficace ed efficiente
Parto
dal titolo di una canzone di Mannarino, "Svegliatevi Italiani", che
testualmente dice: "svegliatevi Italiani (lucani) brava
gente, qua la truffa è grossa e congegnata, lavoro intermittente...".
È un
leitmotiv attuale, se consideriamo che da noi in Basilicata c'è un altissimo
tasso di disoccupazione, gli Enti pubblici sono tutti in deficit (fatta
eccezione per i pochi comuni che usufruiscono delle royalties provenienti dall'estrazione
del petrolio), molti imprenditori e commercianti chiudono la propria attività
e/o avanzano con fatica, i giovani, e non solo essi, emigrano, l'ambiente e il paesaggio subiscono continue violenze. Insomma,
piovono pietre e i lucani sono come piccoli ed esili moscerini messi sotto un
bicchiere.
Certo sembra che la realtà
che viviamo non lasci molte speranze. Non è vero, non è senza speranza, su
questo non sono assolutamente d'accordo, e parlo del settore a me vicino:
l'architettura. Settore che abbraccia una grossa fetta della nostra economia.
Il problema, secondo me, è soprattutto di pensiero: proviamo a interrogarci su
quale sia il senso della presenza del passato al mondo d'oggi e su come
riportare all'attualità il nostro patrimonio artistico, architettonico,
ambientale e paesaggistico.
In Italia, in Basilicata, a Tursi spesso (quasi
sempre) è mancata chiarezza nell'allocazione delle risorse. Le risorse vanno
investite in modo funzionale, ponendo obiettivi concreti e sostenibili, portando
a termine scelte tra obiettivi in conflitto: tutelare il patrimonio,
valorizzarlo, metterlo a sistema con altre realtà, promuovere l'inclusione
sociale, sostenere l'immagine del proprio paese, in pratica incentivare il
senso di appartenenza, essere attori e non spettatori, in modo che ogni
cittadino possa valutare la corrispondenza degli obiettivi con le proprie
aspettative e la classe politica possa valutare, a sua volta, la rispondenza
dell'attività delle istituzioni preposte al loro conseguimento.
Gli obiettivi
devono essere sostenibili, inseriti in un sistema funzionale, in modo chiaro,
misurabile, rendicontabile. Solo riappropriandosi del proprio senso di
appartenenza si può invertire la rotta. Che ci voglia l'intervento pubblico è
indiscutibile, il problema è come, in quanto i rischi che l'operatore pubblico
sia inefficiente lo dimostra lo status quo, allora la sfida è trovare il modo
di intervento che sia efficace senza aver paura di coinvolgere il settore
privato (il restauro del Colosseo da parte di un grande imprenditore privato
insegna).
Personalmente, non sono tra quelli che pensano che il settore
pubblico vada smembrato, penso al contrario, che vada potenziato nella sua
efficienza, efficacia, economicità ed equità, al fine di consentire il miglior
uso delle risorse che noi contribuenti mettiamo a disposizione, è un problema
di capacità di rendicontazione. In Italia esistono piccoli comuni che,
occupandosi con tenacia di valorizzazione dei beni culturali (dimore storiche,
castelli, abbazie, conventi, parchi), non hanno buchi in bilancio. Però
esistono anche Soprintendenze che impediscono o quantomeno ritardano per anni
la realizzazione di una piccola o grande opera, la ristrutturazione di un
edificio storico, il restauro di un monumento o di un altro bene artistico e
culturale.
È la paralisi della conservazione, la cautela della tutela, per
prudenza, per paura di complicazioni giudiziarie; le Soprintendenze imbrigliano
il recupero e la valorizzazione del nostro patrimonio culturale, paralizzando
la modernizzazione e l'assetto urbanistico delle nostre città, bloccando anche
progetti innovativi rispettosi dell'ambiente e del paesaggio. Purtroppo bisogna
constatare anche che, nonostante il regime vincolistico e burocratico, siamo
riusciti a fare scempio del nostro paesaggio storico, naturale e costruito.
Questo
perché le leggi di tutela vengono ignorate da gran parte degli operatori sia
pubblici che privati e ciò non sempre per
colpa delle Soprintendenze, ma anche di noi cittadini che non sappiamo che il
Codice dei Beni Culturali è una legge scritta per tutti. È pur vero, però, che
evidenziando le manchevolezze pubbliche e/o private, che è un dovere di legge,
scatta un meccanismo paradossale: si diventa "rompiballe", cattivi e il capro
espiatorio di problemi non risolti.
Ecco perché un maggior senso di
appartenenza da parte di noi cittadini e un
maggior coinvolgimento di risorse private potrebbe cambiare verso, perché così facendo
le Istituzioni sono costrette a rispondere alle nostre istanze, ad essere trasparenti
nelle loro risposte e attenti alle aspettative del pubblico. Bisogna avere un
progetto di gestione del territorio sostenibile, efficace ed efficiente, che
non vuol dire commercializzare un patrimonio (come si fa in Val d'Agri e si
vuol fare in altre aree della nostra regione), ma articolare un'offerta capace
di attrarre anche altri finanziatori.
Occorre, insomma, creare un ponte emotivo
e di appartenenza, offrendo ai turisti, che vengono nel nostro, ancora
bellissimo, territorio momenti di piacere sia in termini di accrescimento
culturale, sia di diletto.
Arch.
Francesco Silvio Di Gregorio
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