Il Natale e l’Epifania dei tursitani sono indissolubilmente legati, almeno nel periodo della storia moderna e contemporanea e nella forma di partecipazione sociale ai sacri rituali, alle alterne vicende della Rabatana, il più antico rione fondato forse dai Goti nei secoli V-VI, ma poi culturalmente segnato per sempre dalla dominazione arabo-saracena intorno all’anno Mille, quando fu edificata la prima grande chiesa, nella quale si venera(va) il culto della Madonna dell’Icone. Caratterizzato da una rivalità fatale per il vicino centro di Anglona, che fu distrutta e perse la sede della diocesi, traslata a Tursi dal 1543, l’originario nucleo abitativo si era stabilizzato con numerosi e austeri palazzi gentilizi, un significativo ceto nobiliare e il migliaio di abitanti, in un luogo ritenuto naturalmente inaccessibile. Dunque, nella chiesa elevata ad Insigne Collegiata con Bolla di papa Paolo III, nel 1546, denominata di Santa Maria Maggiore, dove si conservano un portale, il crocefisso ligneo ed un’acquasantiera del Cinquecento, si celebrava tra fumi, vapori e incenso, la suggestiva liturgia della natività, negli anni sempre alimentata dal numeroso capitolo. La partecipazione dei fedeli si è mantenuta elevata pure quando il centro delle attività sociali e gli interessi urbanistici, artigianali, demografici ed ecclesiastici, si sono spostati nella direzione sottostante, intorno alle chiese di San Michele, San Filippo Neri e, soprattutto, della Cattedrale dell’Annunziata con il frontale episcopio, stimolati dalle altalenanti dominazioni di Bizantini, Normanni, Spagnoli, Borboni, Francesi e anche dal Regno d’Italia. Ancora nel Novecento, nelle notti della vigilia, era forte la tradizione di salire verso il castello, lungo stradine, viuzze e vicoli, tra grotte, calanchi e burroni, tuttora apprezzabilmente conservati, sfidando il freddo e la paura. Negli anni Settanta, infine, il trasferimento forzato dei rabatanesi, per il pericolo di frane, ha accentuato la decadenza inesorabile del tradizionale quartiere, ma è continuata comunque l’usanza dell’unico appuntamento natalizio in Rabatana, stimolato dall’indimenticato prevosto mons. Salvatore Tarsia (Canna 1900 – Tursi1983), autore di numerosi saggi teologici purtroppo a lungo ignorati, incompresi e sottostimati. Tanto attaccamento ha una sua intrinseca ragione. Infatti, quando la raffigurazione del presepe francescano si diffuse anche nella nostra provincia, con una variegata tipologia di materiali, come espressione di un sentimento popolare molto radicato, la preesistente e sottostante cripta fu adibita a cappella funeraria della importantissima famiglia De Giorgiis, che nel 1547 aveva perso un paio di giovani congiunti. Un piccolo locale, dove è posto un lavorato sarcofago marmoreo della stessa famiglia, fu interamente affrescato da Giovanni Sabatani o da Giovanni Todisco (l’incertezza permane tuttora), mentre nell’altro attiguo fa bella mostra un mirabile presepe in pietra attribuito più ad Altobello Persio da Montescaglioso che a Stefano da Putignano, in perfetta similare decorazione con la cappella della Cattedrale di Matera. Ma i committenti presto si estinsero e le opere d’arte rimasero, nel tempo restaurate e progressivamente inserite nella eccezionale funzionalità liturgica, come un autentico tesoro tra le ricchezze tursitane del patrimonio storico e artistico. Della complessa fattura presepiale, portato a termine nel 1550, colpiscono la grandezza dell’insieme e l’armonia degli spazi, la collocazione scenografica su tre livelli sovrapposti e i colori della pietra unica utilizzata, il realismo raffigurativo, le espressioni statuarie insieme con il simbolismo al tempo in auge, oltre ai rimandi di elementi colti e popolari, riferimenti al passato, forme realistiche e bucoliche, citazioni dell’attualità. Da vedere e da rivedere, adesso e in qualsiasi giorno dell’anno. Salvatore Verde
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